L’arrivo di Moretti ribalta i piani di Finmeccanica

Nelle bozze del Documento di economia e finanza, alla voce privatizzazioni, Finmeccanica non è neppure nominata. Lo sono Poste, Enav, Eni, Fincantieri, alcune società delle Ferrovie, oltre che il solito patrimonio immobiliare. Il tutto per un importo cifrato nello 0,7 per cento del pil dal 2014 al 2017. La cessione di quote e aziende di Finmeccanica, soprattutto delle controllate Ansaldo, era invece stata dettagliata da Enrico Letta nel 2013 in un calendario che prevedeva la dismissione di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts in un unico pacchetto perché solo la seconda, quotata in Borsa, è profittevole mentre Breda, che costruisce e ripara carrozze ferroviarie, perde 500 milioni. Ansaldo Energia è transitata sotto la Cassa depositi e prestiti.
18 APR 14
Ultimo aggiornamento: 02:54 | 19 AGO 20
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Nelle bozze del Documento di economia e finanza, alla voce privatizzazioni, Finmeccanica non è neppure nominata. Lo sono Poste, Enav, Eni, Fincantieri, alcune società delle Ferrovie, oltre che il solito patrimonio immobiliare. Il tutto per un importo cifrato nello 0,7 per cento del pil dal 2014 al 2017. La cessione di quote e aziende di Finmeccanica, soprattutto delle controllate Ansaldo, era invece stata dettagliata da Enrico Letta nel 2013 in un calendario che prevedeva la dismissione di Ansaldo Breda e Ansaldo Sts in un unico pacchetto perché solo la seconda, quotata in Borsa, è profittevole mentre Breda, che costruisce e ripara carrozze ferroviarie, perde 500 milioni. Ansaldo Energia è transitata sotto la Cassa depositi e prestiti. Tuttavia ai piani alti e bassi della holding c’è un gran trambusto perché con l’arrivo dell’ex plenipotenziario di Fs, Mauro Moretti, e l’ingresso nel cda di Fabrizio Landi, manager ex Esaote vicinissimo a Renzi, prende corpo uno schieramento favorevole al mantenimento in Italia del comparto trasporti che qualcuno ha già maliziosamente ribattezzato “nuova sinistra ferroviaria” ricordando fasti e sprechi passati. Strategia diametralmente opposta a quella improntata dall’ex ad Alessandro Pansa che era intenzionato a liberarsi di Breda e, per farlo, aveva ricevuto l’imprimatur del governo Renzi. L’etichetta “sinistra ferroviaria” è, per altri, ingenerosa perché se la Breda perde è altrettanto vero che c’è da tempo un piano alternativo alla privatizzazione totale, che prevede l’ingresso in minoranza di due gruppi cinesi, China Cnr e Insigma, interessati alle tecnologie per sviluppare in oriente l’alta velocità mantenendo l’occupazione in Italia. In particolare nell’area toscana di Pistoia, cara a Renzi. Questo scenario, però, oltre a non convincere la Borsa (ieri Ansaldo ha perso tre punti), non risolve due problemi. Il primo è il gap tecnologico che anche i fautori del “treno italiano”, come Moretti, conoscono bene: il prossimo Etr 1000 da 360 km all’ora è coprodotto con la canadese Bombardier, che ne costruisce la cellula motrice, la parte più pregiata. Il secondo problema è che le perdite della Breda si riflettono su Finmeccanica stressandone le capacità di investimento in aerospazio e difesa e aumentandone l’indebitamento, oggi di 3,6 miliardi, che la cessione doveva appianare, oltre a contribuire a ridurre il debito pubblico. Dunque circola anche l’ipotesi opposta: concentrarsi sul trasporto dismettendo l’aerospazio. Naturalmente renderebbe molto di più per il Tesoro e sradicherebbe il problema. Ma priverebbe l’Italia di un insieme di aziende strategiche ad altissima tecnologia. Per giunta avendo Renzi appena nominato l’astronauta Luca Parmitano testimonial del semestre italiano della Ue e con l’intenzione dello stesso governo di lanciare una grande campagna per il made in Italy. I fautori di questa linea estrema, che politicamente strizzerebbe l’occhio all’estrema sinistra e ai grillini, ricordano che molti paesi occidentali non hanno necessariamente le aziende militari in mani pubbliche, a cominciare da Gran Bretagna e Stati Uniti. La risposta è che le aziende belliche americane, per quanto private, influiscono pesantemente sulla politica, mentre gli inglesi destinano agli armamenti un punto di pil più dell’Italia, nonostante l’austerity di David Cameron.

E dunque? Resta un’ipotesi intermedia che per alcuni rappresenterebbe la quadratura del cerchio: cedere agli americani, dai quali Finmeccanica l’ha comprata nel 2008, la Drs, produttrice di sistemi difensivi e di spionaggio per l’esercito Usa. L’acquisto, che doveva sancire lo sbarco a stelle e strisce di Finmeccanica e favorirla nelle commesse, s’è rivelato insoddisfacente: costato 5 miliardi di dollari, proprio alla vigilia dell’arrivo di Barack Obama, non ha garantito né la fornitura degli elicotteri presidenziali AW101, né dei 148 C-27J, aereo da trasporto tattico, la cui commessa s’è già ridotta di un quarto. Non solo: Finmeccanica non ha avuto l’accesso al management di Drs né alle tecnologie e alla ricerca e sviluppo, che restano secretati. La holding italiana attualmente paga i conti, salati. Ma privatizzare questo asset sul mercato è impensabile. Potrebbe essere rivenduto, piuttosto svalutato, agli americani: ma Renzi dovrebbe occuparsene in prima persona con Obama. Così come di tutto il cambio di strategia della holding.